Nella mia vita precedente, oltre che suonare la chitarra e cantare, nei locali e nelle piazze, giocavo al pallone. Non ne ho mai parlato perché sono modesto e avrei dovuto esaltare le gesta del campione che ero (ma non fui per il malefico incrocio di congiunzioni astrali sfavorevoli). Erano partite vere, undici contro undici, porte regolamentari, campi in terra battuta. I numeri delle maglie andavano dall’1 all’11, come si usava allora.

IL MERONI DE NOANTRI

Anche i ruoli erano quelli canonici del calcio anni Sessanta. C’era il terzino destro, il terzino sinistro, il mediano, il libero, il centravanti. Io ero un’ala pura, velocità da centometrista, dribbling funambolici. Mi chiamavano il Gigi Meroni de noantri. Senza esagerare. Ero pure un goleador, anche se non proprio uno spaccareti.

IL RE DEI DRIBBLING

Io i miei gloriosi trascorsi di pallonaro avrei voluto tenerli per me, ma mi hanno invitato a parlarne e allora racconto la mia storia così com’era, senza veli e senza sconti. Anche se non è detto che ci crederete.
A dodici, tredici anni nel quartiere Sperlinga-Matteotti-Lazio ero il re dei dribbling. Per strapparmi la palla dai piedi dovevano spararmi. Mi è testimone il mio amico Giampaolo, primo tifoso del sottoscritto, che ancora oggi, ricordando quei tempi epici, dice che con me non ci poteva nessuno, neppure se mi venivano addosso in cinque-sei, tutti insieme.

LA MITICA SEZIONE G

Le soddisfazioni abbondarono al liceo (facevo il Cannizzaro) quando si organizzò il primo campionato di istituto per sezioni. La mia era la G, aveva ottimi elementi e non fu difficile allestire una formazione competitiva. E poi avevamo il miglior talento della scuola, perfino più bravo di me. Si chiamava (si chiama) Luciano, sommava il talento di Mazzola e Rivera, garantiva una caterva di gol. C’erano poi Antonio, Bruno, Luigi, Doro, Pino, Silvio.

LA MAGLIA GIALLOROSSA

Tutti di grande affidabilità. Eravamo proprio forti. Ce la giocavamo alla pari con quelli del corso C, anche loro in grado di schierare un talento purissimo, Sergio, classe di cristallo, magro come un chiodo ma duro come l’acciaio. Giocavamo ogni settimana al Malvagno con la maglia a strisce giallorosse, tipo Catanzaro. Io avevo la 7, correvo come un matto senza mai stancarmi.

I CAMPIONATI STUDENTESCHI

Ero agile e sgusciante, avevo energie inesauribili, volavo per aria e mi rialzavo di scatto come fossi di gomma. Vincevamo spesso, segnavo bei gol, ma con il trascorrere del tempo i dettagli di quei tornei si sono perduti negli angoli più remoti della memoria e vado, dunque, a tentoni. Restano eterni, invece, e marchiati con il fuoco i ricordi delle partite dei campionati studenteschi. Una scuola contro l’altra, sempre sul filo della rissa, campanilismo esasperato, tifo da curva nord.

GIOCAVO IN “NAZIONALE”

Essendo la nostra una squadra autogestita, la cosa più complicata era decidere chi avesse i requisiti per fare parte della “nazionale”. Io non fui mai in discussione. Giuro. Non lo furono – ovviamente – né Luciano, né Sergio. Non lo fu neppure il portiere, Marco, anche perché non era semplice trovare uno capace di stare tra i pali senza farsi impallinare ad ogni tiro in porta. In qualche modo riuscimmo a mettere tutti d’accordo. Qualche titolare ruotava, altri si accontentavano di stare tra le riserve.

LE SFIDE CON IL GARIBALDI

Qui i ricordi sfumano e si annebbiano, ma ne restano frammenti preziosi destinati a vivere in eterno. Come dimenticare la sfida all’ultimo sangue con gli odiati fighetti del Garibaldi, credo nel 1969? Campo, Taverna del tiro. Era la semifinale. Adrenalina a mille. Primo tempo equilibrato e sofferto. Avversari tosti, con un paio di individualità da fare tremare. Sul finire del primo tempo il nostro Luciano si inventa una giocata pazzesca sulla linea del limite area, beffa tre avversari e tira secco, alla sua maniera. Gol.

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO…

Siamo avanti. La ripresa è un incubo. Ci martellano da tutte le parti, ma non so come, riusciamo a resistere. Replichiamo in contropiede, ma loro sono assatanati e non ci fanno respirare. C’è in palio l’onore, vogliono almeno il pareggio a tutti i costi. E le ragazzine che ci guardano fanno un tifo da Coppa del mondo. Finché a dieci minuti dalla fine non entra in gioco il sottoscritto. Sono trascorsi cinquant’anni esatti ma il ricordo di quelle sequenze è nettissimo.

IL GOL DELLA VITA

Dunque, sono sulla fascia destra poco oltre il centrocampo, mi danno la palla, scatto alla Berruti, me ne lascio due alle spalle, giunto al vertice dell’area dribbling secco a rientrare con il sinistro, subito controdribbling con il destro. Infine il prodigio. Stangata di sinistro, traiettoria magica, palla sotto l’incrocio. Due a zero. Sarà giudicato all’unanimità il gol più bello di tutto il campionato.

SI GIOCA IN VIA RESUTTANA

Il Garibaldi ne esce con le ossa rotte. Vengo osannato come il re degli studenteschi e per giorni il mio nome sarà sulla bocca di tutto il Cannizzaro. Ma dopo la gloria, c’è l’amaro: la finale del torneo, così importante da convincere il preside a concedere un giorno di vacanza a tutta la scuola. Si gioca al campo di via Resuttana con la tribunetta stracolma di tifosi. Saranno settecento, forse anche di più. Ma c’è un ma.

LA SFIDA ALL’ISEF

Gli avversari sono i fuori quota dell’Isef, ragazzoni tutti più grandi e più forti di noi. Atleti veri, capaci di reggere ai ritmi più forsennati. E noi abbiamo un handicap pesantissimo: il nostro professore di educazione fisica, che ha più di quarant’anni, un rotolino di pancia ed è una schiappa, pretende di giocare dal primo minuto. In pratica concediamo il vantaggio di un uomo e non potremmo permettercelo.

MA QUELLO CHI E’?

È una sfida impari e si capisce al volo. Fisicamente sono dei mostri. Segna subito un biondino moto-perpetuo dell’Isef. Noi ci difendiamo come possiamo. Resistiamo eroicamente fino all’ultimo, poi il biondino ci schianta. Altri due gol a tempo quasi scaduto. Usciamo dal campo massacrati. Vabbè, diamo la colpa al professore e ci mettiamo la coscienza a posto, interrogandoci sul quel ragazzotto dell’Isef che ha segnato tre gol con assoluta naturalezza. Incuriositi, chiediamo lumi al nostro insegnante. “Ma quello chi è?”. Risposta: “Mah, uno strano tipo dal nome curioso. Si chiama Zeman“.

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